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Intervento:

INTERVENTO A: Restauro rifugio "Bruno Pomilio"
INTERVENTO B: Restauro trabocco Capo Turchino

Luogo:

A: Parco Nazionale della Majella - Rapino (CH)
B: San Vito Chietino (CH)

Progettisti:

Marcello Borrone, Barbara Tenaglia

Commitente:

A: Club Alpino Italiano, Sezione "Majella" - Chieti
B: Comune San Vito Chietino

Anno di redazione del progetto:

A: 2004
B: 2004

Anno di esecuzione:

A: 2004 - 2006
B: 2004 - 2005

Costo:

A: 500.000,00 Euro
B: 50.000,00 Euro

Imprese esecutrici:

A: Pianeta Montagna
B: Cmti

Dati dimensionali dell'intervento:

176 mq

 

TRATTO DALLA RIVISTA:

Il senso dei luoghi
Due progetti assai diversi per interpretareil recupero di manufatti con un forte legame con il paesaggio

"Rifugio" e' una parola ormai entrata nel vocabolario oltre che di alpinisti ed escursionisti anche di turisti occasionali, ma raramente ci si sofferma a riflettere su quello che poteva essere il significato originario di queste costruzioni, e su quello che puo' essere il loro significato odierno.

Le radici piu' profonde della parola "rifugio" affondano in un contesto culturale ben diverso da quello attuale: quello economico, degli scambi commerciali e delle spedizioni militari, e pure quello religioso, di pellegrinaggio ai grandi santuari.

Il rifugio Bruno Pomilio, costruito nei primi anni del Novecento, in localita' Majelletta nel Parco Nazionale della Majella, oltre i boschi di faggeti, a 1.980 mt slm e' tra quelli di proprieta' del Club Alpino Italiano, diversi dagli altri in quanto soggetti a un Regolamento Generale, che ha come scopo quello di uniformarne le caratteristiche, in relazione alla categoria di appartenenza.

Secondo lo spirito del CAI, tali costruzioni non devono fungere semplicemente da albergo ma da base per attivita' alpinistiche ed escursionistiche, da presidi culturali, da vetrine del territorio; quindi vanno improntati a criteri di semplicita', il che significa anche, specie per i rifugi a quote piu' elevate, maggior rispetto dell'ambiente.

Il progetto di recupero del rifugio Bruno Pomilio, realizzato dall'architetto Marcello Borrone con la collaborazione di Barbara Tenaglia, riflette dunque sul concetto di escursionismo cercando di integrarlo con le istanze di salvaguardia naturalistica e culturale, di accoglienza e di sostenibilita' edilizia. Obiettivo, un rifugio che diventi presidio della montagna, struttura privilegiata per l'informazione e l'educazione ambientale.

I lavori di restauro hanno interessato, in fasi diverse, le strutture di fondazione, di elevazione e di copertura. Molto importante e' stata la lettura filologica di tutte le fasi di sedimentazione che ha riportato in vista il nucleo centrale a due livelli, oggi perfettamente leggibile in quanto costruito con la Pietra della Majella e le porzioni di fabbricato risalenti al dopoguerra, attualmente trattate con intonaco bianco, in modo tale da permettere la lettura delle varie stratificazioni storiche.

Oggi il rifugio e' una struttura moderna: oltre a bar, ristorante e alloggio, e' anche un luogo nel quale ospitare eventi culturali stabili e temporanei, base del Soccorso Alpino e Speleologico, vero e proprio servizio di protezione civile. Progetto futuro e' quello di dedicare le stanze della Transumanza e delle Pietre della Majella, alla Biblioteca Appennini, formata da una collezione di libri, mappe, stampe, CD, LP, video tape e DVD, e postazioni per il pubblico per l'accesso a CD-ROM, e a internet con collegamenti ad altre biblioteche.

Marcello Borrone e Barbara Tenaglia sono anche gli autori di un altro importante progetto di restauro: quello del trabocco di Capo Turchino. L'Abruzzo ha tra le sue peculiarita' esclusive, difficilmente visibili altrove, le curiose macchine da pesca della costa sud: i celebri e celebrati trabocchi. Sotto questo curioso nome vengono raccolte in realta' varie strutture, le poche sopravvissute al giorno d'oggi, ognuna diversa dall'altra ma tutte accomunate dalla medesima funzione e realizzazione.

Completamente in legno, si compongono di una piattaforma, retta da lunghi pali, dalla quale il pescatore cala in mare la rete e da una lunga e ardita passerella, anch'essa poggiata sui pali, che le collega alla terraferma distante anche decine di metri. "(...) Dall'estrema punta del promontorio destro, proteso dagli scogli, simile ad un mostro in agguato, con i suoi cento arti il Trabocco aveva un aspetto formidabile.

Per mezzo all'intrico delle travi e dei cordami apparivano i pescatori chini verso le acque, fissi, immobili come bronzi. E pesava su le loro tragiche vite l'incanto mortale". Sono queste le parole con cui nel Trionfo della Morte Gabriele D'annunzio descrive questa creatura cosi' fragile e precaria ma allo stesso tempo "mostruosa", quasi animata.

L'opera fu scritta dal poeta proprio nella quiete della sua villa nascosta tre le rupi di questo tratto di costa, per lui tanto incantevole ed evocativo da descriverlo con queste parole: "Quella catena di promontorii e di golfi lunati dava l'immagine di un proseguimento di offerte, poiche' ciascun seno recava un tesoro cereale.

Le ginestre spandevano per tutta la costa un manto aureo. Da ogni cespo saliva una nube densa di effluvio, come da un turibolo. L'aria respirata deliziava come un sorso d'elisir". Elementi architettonici e culturali di "dolorosa" bellezza e autenticita' i trabocchi sembrano essere luoghi cristallizzati nella storia, delle macchine da pesca in cui sono assenti interventi che ne impediscono la lettura delle sedimentazioni storiche.

Architetture dimenticate ma che non dimenticano l'avvicendarsi di storie di fatiche, di morte, di poverta'. Son queste le ragioni che hanno orientato l'architetto verso la scelta della "conservazione integrata", principio chiave della carta di Amsterdam del 1975, che associa il concetto della conservazione a quello della attribuzione di una corretta destinazione d'uso.

Di qui la scelta di una funzione compatibile con la natura stessa del trabocco, che non comportasse trasformazioni violente: esso diventa sede di attivita' didattiche, scientifiche e culturali. Il progetto di restauro ben interpreta la natura di questo oggetto, stabile, duraturo come la terra e lo scoglio da cui parte, ma allo stesso tempo etereo, sottile. Per il progettista costituisce il simbolo di come dovrebbe essere un utopico rapporto dell'uomo con il mare: non invadente, non aggressivo, in "punta di piedi".

E in questo vi e' una sottile critica al cemento armato che oggi deturpa le nostre coste, che cosi' brutalmente aggredisce e contamina la bellezza dell'Adriatico.

Progettisti

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