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Intervento:

Edificio residenziale Palazzetto bianco

Luogo:

Roma - via San Fabiano Piccolomini

Progettisti:

Paola Rossi, Massimo Fagioli

Collaboratori:

Progetto: Francoise Bliek
Elaborazione grafica: F.Bielk, L. Bocchini, S. De Marsanich.

Rendering:

Maria Grazia Longo, Riccardo Moschella

Commitente:

Privato

Anno di redazione del progetto:

1990 - 1991

Anno di esecuzione:

2004 - 2005

Dati dimensionali dell'intervento:

Superficie del lotto: 895,14 mq, area di sedime 166 mq, superficie coperta f. t. 825,99 mq, parcheggio interrato 538,23 mq, area libera 729,14 mq, area libera a verde 675,14 mq, volume 2682,59 mc

 

TRATTO DALLA RIVISTA:

Collage d'avanguardia
Il Palazzetto bianco fra frammentazione, immaginazione e nuova ricerca architettonica

Negarlo e' impossibile. Ignorarlo pure. Il Palazzetto bianco, piace, e molto. Sara' quel suo svettare alto e isolato a dominare la verde collina Piccolomini. Oppure quel suo essere compatto, drammatico. Oppure sara' che sono passati quindici anni da quando e' stato concepito e l'iter che lo ha portato a compiersi e' particolarmente accidentato, a tal punto che sa quasi dell'incredibile. Comunque sia, e questo e' un fatto, da quando e' compiuto, la storia, il progetto e il contesto culturale che ne stanno alla base sono motivo di dibattito e confronto con esposizioni, pubblicazioni specializzate e tavole rotonde. E chissa' se, come in molti si augurano, da questa nuova forma architettonica, che non e' conosciuta ne' esperita, si sviluppera' presto un nuovo modo di fare architettura.

L'edificio sorge su un lotto di forma triangolare e seguendo l'andamento dell'area di sedime in elevato sviluppa due fronti, diversissimi fra loro, piu' uno di raccordo, e cinque piani fuori terra. Sul lato strada una alta parete chiusa, solida, impermeabile, ritmicamente aperta solo dalle aperture quadrate corrispondenti alla zona notte degli alloggi, si staglia astratta e arida, umanizzata solo dalla curva introflessa dell'apertura alla base. Sul fronte opposto, rivolto al verde della collina romana, versante che prevede gli affacci della zona giorno degli appartamenti, l'orizzontalita' schierata dei balconi, apertamente si rivela la parte piu' dolce, allungata, tesa, armoniosa. Terza ed ultima, la parete di raccordo si trasforma in foglio di carta dove segni grafici corrono a scandire la superficie, bianca, lineare, neutra.

Diversita' e frammentazione sono i leganti con cui le tre superfici dialogano fra loro e si relazionano con l'esterno, creando un vero e proprio collage d'avanguardia. Una duplice natura caratterizza la struttura, nata dalla insolita – e quanto mai felice – collaborazione di un architetto e di uno psichiatra, rispettivamente Paola Rossi e Massimo Fagioli. Ultimo tassello edificabile a completamento di un pezzo di citta' definito dal vecchio piano regolatore di Roma "zona edificabile a villini e palazzine", questo intervento piu' che un unicum nel panorama romano, sembra un qualcosa d'altro rispetto a quello che presenta comunemente il contesto urbano. Sembra infatti un'architettura da leggere come una scultura. Bisogna girarle attorno, guardare tutti i prospetti, entrare nell'unica apertura del fronte lato strada (ovest) e vedere come si sviluppa quel principio organizzativo che ha dettato la norma su come redigere progetti per palazzine durante tutto il Novecento (Franco Purini in Paesaggio Urbano, 2/2006) canonizzando nella molteplicita' delle possibili variabili quelle articolazioni che ne fondano la struttura, per confermare che anche questa e' una palazzina. E malgrado questa dimensione comune innegabile e fondante, l'opera si presenta con una forma del tutto inedita, sorprendente, inconsueta e primigenia.

Non esistono infatti residenze per civile abitazione concepite come architetture afferenti ad un linguaggio certo funzionale ma ancora di piu' estetizzante, figuriamoci artistico. E forse con la realizzazione di questa struttura, a meta' fra una palazzina e una macroscultura, viene sdoganata una diversa modalita' di fare architettura, anzi ricerca. Il Palazzetto bianco nasce infatti da un lungo e arduo percorso di ricerca intrapreso dall'architetto all'interno di un gruppo, o meglio una comunita', che fa capo al romano Massimo Fagioli, noto psichiatra, artista, regista. A partire dal 1986 con l'analisi collettiva il gruppo ha dato vita ad una ricerca tesa alla scoperta di nuovi possibili segni derivati dalla razionalita' quanto dall'inconscio e applicabili all'architettura. Un percorso raccontato nel libro 'Il coraggio delle immagini' (catalogo della mostra, Nuove Edizioni Romane 1995) dove i sessanta partecipanti hanno sviluppato con altrettanti progetti le proposte dello psichiatra. Sogno, inconscio ed emozione si mescolano dunque in questo esempio, inconsueto e isolato. Risultato? Lo stupefacente potere dell'immagine e del segno.

Francesca Pieroni

Progettisti

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